Il Duranno? Bisogna salirci sul Duranno. Ed è già un premio vederlo, al tramonto con le sue pareti vermiglie e la cima incoronata da una ghirlanda di nuvole, stagliarsi imponente e severo come un dio antico. Una montagna che attrae proprio per il suo fascino ruvido e che forse non a caso il più noto cantore di queste valli, Mauro Corona, scalò all’età di ben tredici anni. Per salirci, però, bisogna innanzitutto lasciare quei pregiudizi che una facile geografia da tavolino pone nei confronti delle altezze ritenute poco “dolomitiche” di questo angolo delle Prealpi Carniche. Questa è una montagna recondita, appartata, lontana da strade di facile accesso. Una conquista che ti chiede determinazione e ti ripaga con una bellezza selvaggia e possente
Chi conosce un po’ queste zone, però, sa benissimo in cosa consista il loro fascino. Così, quando una sera in sezione si parlava di fare una salita in Dolomiti e Claudio ha detto “la Normale al Duranno”, non c’è stato bisogno d’aggiungere altro.

Il 27-28 agosto 2011, contando nella maggiore stabilità meteorologica che in genere c’è in montagna a fine estate siamo partiti in sei: Claudio, Aldo, Massimo, Donatella, Lorenzo ed io. Se s’aggiunge il fatto che un paio di settimane prima, sempre Claudio, questa volta con Stefania e Sante, aveva fatto anche un sopralluogo, possiamo dire che complessivamente siamo stati in otto della nostra sezione, a salire questa vetta. Dopo essere passati attraverso una serie di forti acquazzoni, arriviamo a Casera Mela (1170 m slm), sopra Erto, verso le 16.30 di sabato 27. Fino al Rifugio Maniago (1730 m. s.l.m.) c’aspettano più di 500 mt di dislivello ed 1.30 ore di cammino.

Al rifugio con noi solo un gruppo d’escursionisti romagnoli ed altri due alpinisti che saranno con noi sulla via il giorno dopo. La mattina seguente, alle 6.10, siamo già in marcia verso la Forcella Duranno (2217 m s.l.m.) che raggiungiamo dopo ca. un’ora di cammino. Purtroppo le nuvole sono basse e ci negano la vista sulla val Zemola e sulla val Cimoliana. Ci prepariamo mettendo imbrachi e predisponendo tutto il materiale per la scalata. Improvvisamente tra le nuvole spuntano degli spettatori curiosi: è una famiglia di stambecchi che si ferma a pochi metri da noi. Siamo tutti piuttosto stupiti, non capita spesso di vederli avvicinare così tanto.
Dalla forcella una traccia segnata da ometti e bolli rossi c’indica la direzione verso la cima. Il sentiero s’alterna a tratti di facile arrampicata (I e II) dove comunque la friabilità della roccia costituisce un’insidia ricorrente. Giungiamo quindi ad una terrazza detritica dove il sentiero si biforca: a destra una traccia devia per la Cengia Alta (percorso anulare attorno al Duranno), a sinistra invece la cengia conduce, attraverso un passaggio abbastanza esposto, all´ampio canalone (Canale Sartor) che incide al centro la parete meridionale della montagna.
Saliamo una paretina (passi di III+ o II a seconda della direzione scelta) fino a raggiungere una cengetta al cui apice vi sono 2 anelli cementati di calata che superiamo, sempre verso la diagonale sinistra (passi di II) . Ancora verso sinistra per ghiaie e roccette c’abbassiamo verso il canalone centrale. Facciamo sosta alla base d’un canalino dove comincia la salita. Visto che Claudio ha già tirato la via durante il sopralluogo, decidiamo che sarà la mia cordata ad aprire il cammino. Salgo quindi il canalino che in alto piega verso destra e diventa un vero e proprio camino con pareti piuttosto lisce. Alla mia destra , in una fessura metto un Camalot viola.

I passaggi sono al massimo di III ma la roccia è scivolosa e spesso instabile. Meglio essere prudenti. Il camino sbocca su un terrazzo ghiaioso dove si trova una comoda sosta su due anelli cementati. Comincio quindi a recuperare Donatella e Lorenzo. Rapidamente dietro di loro sale anche Claudio e poi i suoi compagni: Aldo e Massimo. Proseguo a destra fino alla base d’una fessura (passi di II) che diventa via via più ripida fino ad un passaggio piuttosto liscio (III+/IV-) . Continuo poi con passi di III fino all’uscita. Lungo il tiro trovo 1 chiodo con cordino e metto un Camalot giallo. A questo punto, siamo fuori dalle difficoltà principali. La via prosegue a destra lungo una parete fessurata (II) e poi seguendo tracce ed ometti si arriva rapidamente all’anticima e con un passo sopra l’espostissima crestina di collegamento, alla cima vera e propria (2668 m. slm) . L’emozione è comunque forte, ci complimentiamo tra di noi per la salita stringendoci la mano. Scriviamo i nostri nomi e quello della nostra sezione sul libro di vetta. Purtroppo le nuvole continuano a circondarci e, pur essendo così suggestive dal basso, da quassù ci privano della bellezza del panorama. Solo un breve squarcio di sole apre per un momento la vista verso ovest su una vetta che Massimo identifica come l’Antelao.

Sono le 11.30, abbiamo rispettato la tabella di marcia ma non possiamo indugiare oltre. La via del ritorno è lunga e soprattutto fare le doppie in 6 persone significa tempi molto lunghi di manovra. Scendiamo quindi rapidamente. Alla base della parete che conduce alla vetta troviamo i primi anelli di calata. Armo la prima doppia e mi calo con le corde per preparare subito le altre. Claudio chiude il gruppo recuperando le corde e distribuendole a chi dovrà, di volta in volta, scendere dopo di me per portarmele. Complessivamente ci sono 8 doppie. Le facciamo tutte: il gestore del rifugio, prima di salire,s’è raccomandato di evitare di scendere arrampicando. La settimana prima il soccorso alpino ha dovuto recuperare un alpinista caduto proprio mentre scendeva slegato.

Arriviamo senza inconvenienti alla Grande Cengia Mediana da dove il sentiero ci riporta alla Forcella Duranno. Sopra di noi la montagna incombe severa. Non ci sembra possibile di essere stati, poche ore prima, su quella vetta nascosta tra le nuvole. Ci liberiamo dell’attrezzatura. Di nuovo troviamo gli stambecchi che questa volta s’avvicinano ancora di più forse solo alla ricerca del cibo che probabilmente gli escursionisti gli offrono. Al rifugio recuperiamo gli zaini ma prima di partire concordiamo tutti di meritarci un premio: una birra e a seconda dei gusti, un piatto di pasta o pane con speck e pancetta casalinga.

Mentre scendiamo la val Zemola verso Casera Mela, spesso ci voltiamo indietro. Il Duranno è là, con le sue pareti vermiglie e la corona di nuvole sul capo. Salutiamo dentro di noi questo dio antico che c’ha benignamente accettato in cima al suo trono.

Marcello Orioli – CAI Imola