Sin da piccola ammiravo gli scalatori e alpinisti che vedevo arrivare ai rifugi con tanto di corde, piccozze, zaini e scarponi.

Li ascoltavo rapita ed interessata mentre raccontavano delle loro imprese e sognavo, da grande, di poter riuscirci anch’io, non tanto per il semplice gusto del gioco o della sfida con sé stessi verso le difficoltà da superare, quanto mi affascinava l’idea di salire in alto e raggiungere passo dopo passo la cima, per provare quelle emozioni che sentivo dire uniche e proprie da coloro che consideravo, una schiera di eletti.

Per lunghi anni questo sogno è stato accantonato fino al giugno di quest’anno in cui ho deciso di farmi un regalo di compleanno particolare: mi sono iscritta al corso AG1 – Alpinismo in ambiente glaciale, organizzato dalla Scuola di Alpinismo, Scialpinismo ed Arrampicata libera Pietramora.

La scuola è formata da 67 istruttori che fanno parte del CAI di Imola, Faenza, Ravenna, Rimini e Cesena. Il corso, diretto da Andrea Farneti (Istruttore Nazionale di Alpinismo) e da Nereo Savioli I.N.A. e direttore della Scuola, prevedeva alcune lezioni teoriche e due uscite pratiche di 4 giorni ciascuna al Cevedale/Ortles e al Gruppo del Monte Rosa.

Ero l’unica iscritta del CAI di Imola, non conoscevo nessuno dei partecipanti, in gran parte provenienti dalle sezioni CAI di Ravenna e Rimini né mai avevo avuto esperienze in ambiente nivo-glaciale di alta quota eppure non ero per nulla intimorita, anzi ero entusiasta di questa esperienza che mi aspettava.

Sin dalle prime lezioni gli istruttori hanno saputo trasmettere un clima di fiducia e professionalità e soprattutto hanno creato un forte legame di squadra fra i partecipanti.

La prima uscita, dal 27 al 30 giugno al Gruppo Cevedale, prevedeva le ascensioni per la via normale al Monte Pasquale (m. 3553) e al Gran Zebrù (m. 3851) per la cresta SE. Erano considerate salite di allenamento, affinamento di tecnica e manovre in vista della più impegnativa trasferta al Monte Rosa. Dieci giorni dopo eravamo in Val d’Aosta, avevamo programmato due imprese da 4000 mt.

Già arrivare al Rifugio Guide Alpine di Val D’Ayas posto a 3420 mt. è stata un’ impresa per via dell’asperità della salita e dello zaino che mi sembrava pesantissimo nonostante fossi riuscita a stipare tutto il vestiario ed equipaggiamento necessario in uno da 30 litri.

Al rifugio ci si arriva a piedi, dopo 4 ore di scarpinamento e con un ultimo tratto di salita su passerelle e corde fisse, oppure in elicottero… ma non era previsto per gli allievi di Pietramora! La giornata era splendida e dal rifugio si godeva di un panorama da mozzafiato, pareti di neve immacolate, che brillavano al sole. Abbiamo dedicato la giornata ad ambientarci e a pianificare la salita del giorno successivo.

Gli istruttori avevano deciso di dividerci in due gruppi, uno avrebbe affrontato la salita del Polluce (4.091)  gli altri, Cima Roccia Nera (4.075) e il giorno seguente viceversa.

La mattina di venerdì 9 luglio alle ore 4.00 siamo partiti per la nostra prima meta: Cima Roccia Nera. Il nostro gruppo era formato da 4 cordate, ciascuna composta da un istruttore e due allievi. Muniti di frontale che illuminava la neve, dopo tre ore di “picozzate” nel ghiacciaio della Verra abbiamo raggiunto la cima. Ho visto albeggiare.  Ma quanto è bella l’alba vista da lassù !

Era stupendo una volta arrivata sulla cima vedere di fronte ai miei occhi il Monte Bianco, poi sulla sinistra il Gran Paradiso e poco più in là il Cervino. Mi sembrava di essere vicino al cielo.

Non è stata di certo una passeggiata perché ogni passo era fatica e ad ogni passo c’era un pensiero e un’emozione e soprattutto l’attenzione e la concentrazione su di sé, sui compagni di cordata e sull’ambiente era altissima. Poi arrivata in cima improvvisamente è sparita ogni fatica e ho sentito dentro di me una grande pace e una grande energia. Stavo bene.

Guardavo i miei due compagni di ascensione, anche nei loro volti c’era un “ben-essere” emozionale. Ci siamo stretti la mano, come si usa fare in quelle occasioni.

Mi è venuta in mente una frase di Nelson Mandela “Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso” e io quel sogno da bambina, quarant’anni dopo l’avevo esaudito.

Maria Teresa Castaldi – Cai Imola