Domenica 12 luglio 2015, sono le 4.30 ma all’esterno del Rifugio Stavel Denza (2298 m s.l.m.), nell’oscurità, c’è già un gran brulicare di lampade frontali: un altro gruppo oltre al nostro ha scelto oggi per affrontare la salita e quasi trenta persone sono puntualmente pronte per partire all’ora stabilita.

Il giorno precedente ho guardato e riguardato la vetta dal rifugio, facendomi assalire da mille dubbi: non ho praticamente alcuna esperienza su ghiaccio, ci sono 1260 m di dislivello da superare, la strada da percorrere sembra così lunga… Ma ormai l’entusiasmo della partenza e la temperatura gradevole, nonostante l’ora e l’altitudine, hanno spazzato via ogni perplessità.

Ci incamminiamo seguendo il sentiero che si dipana lungo un torrente tra uno sfasciume di massi e ben presto il cielo sereno inizia ad illuminarsi. Trascorsa poco più di un’ora e mezza ci imbattiamo nei primi nevai e posso finalmente tirare fuori dallo zaino i ramponi e la piccozza che non hanno mai assaggiato il ghiaccio.

Poco dopo inizia il ghiacciaio vero e proprio: ora si fa sul serio ed è tempo di legarsi. Da Imola siamo in 12, per cui, seguendo gli accordi del giorno prima, ci organizziamo in quattro cordate da tre: Claudio, Stefania e Massimo; Sante, Giulio e Marco; Matteo, Giacomo ed Eugenio; Francesco, Luciana ed io. La mia sicurezza è rafforzata dall’avere come capo-cordata Francesco, che ho conosciuto appena un paio di mesi prima come direttore del corso di “Alpinismo su roccia” e del quale ho avuto modo di apprezzare le capacità e l’esperienza.

La salita, inizialmente abbastanza dolce, si fa più ripida una volta giunti al Passo Cercen (3022 m): a causa delle differenze di passo, le cordate iniziano a sgranarsi e Matteo, Giacomo ed Eugenio, che dalla loro oltre al fisico hanno anche l’età, prendono ben presto il largo. Seguendo la traccia a zig-zag arriviamo alla Sella Freshfield (3375 m), da dove si scende leggermente di quota lungo roccette attrezzate con cavo di acciaio, ed ecco aprirsi davanti agli occhi un meraviglioso anfiteatro di ghiaccio incorniciato alla nostra sinistra dalla cresta che unisce Cima Vermiglio a Cima Presanella. Riprendiamo seguire la traccia lievemente in salita che si mantiene al di sotto della cresta fino a raggiungere un agglomerato di massi che superiamo ramponi ai piedi: lo stridio dei ramponi nuovi contro la roccia è un colpo al cuore per me!

La vetta appare sempre più vicina, ma ci attende il punto forse più delicato dell’intera ascensione: una breve cresta di ghiaccio, che tuttavia si rivela meno impegnativa di quanto apparisse in lontananza. La percorriamo con estrema attenzione, ma senza particolari difficoltà, quindi ci arrampichiamo lungo il tratto terminale costituito da roccette e finalmente siamo in cima.

Tanti alpinisti, alcuni del nostro gruppo altri saliti per vie diverse, sono intenti a rifocillarsi, a fare le foto di rito accanto alla croce di vetta, a chiacchierare scambiandosi reciproche impressioni o semplicemente ad ammirare il panorama tutt’intorno: tutte attività a cui dedichiamo anche noi un buon quarto d’ora.

Dopo esserci goduti la soddisfazione della cima raggiunta è tempo di iniziare il rientro, che avviene seguendo a ritroso la via percorsa durante l’ascensione. Ovviamente la fatica è minore, così come il tempo necessario a tornare al rifugio, anche se occorre prestare attenzione perché il ghiaccio ha iniziato a cedere a causa delle temperature innalzatesi. Terminati i nevai tuttavia la strada per il rifugio inizia ad apparirmi interminabile: ho finito l’acqua e la sete mi assale a tal punto da farmi bere un paio di piccoli sorsi da un limpido laghetto.

Al rifugio arriviamo alla spicciolata tra le 12.30 e le 14.00 circa, in molti stravolti dalla fatica, sulla quale tuttavia per tutti prevale nettamente l’appagamento e la gioia per avere completato la via.

Giusto il tempo per scambiarsi reciproci complimenti, bere, mangiare qualcosa e ricomporre gli zaini, poi si riparte verso Forte Pozzi Alti dove abbiamo le auto.

Nonostante la fatica e la sete, che ancora non ho debellato del tutto, la guida durante il viaggio di ritorno e un po’ di coda in autostrada mi pesano decisamente meno del previsto, perché ho ancora chiara e nitida nella mente l’immagine di quella croce a quota 3558 e tante istantanee del tragitto compiuto per arrivarci.

Pur consapevole che si è trattato di una via alpinistica facile, è stata comunque un’esperienza indimenticabile, che ha instillato in me il desiderio di affrontarne altre analoghe.

E chissà che, dopo avere partecipato con enorme soddisfazione al corso AR1 2015 della Scuola Pietramora, l’anno prossimo non riesca a fare anche quello di Alpinismo su Ghiaccio…

In conclusione, un doveroso ringraziamento a tutti i miei compagni di avventura e, in particolare, a Claudio per l’organizzazione.

Mirko Degli Esposti