La Corna Rossa è una grande parete rocciosa che definisce, a precipizio sulla Vallesinella, il lato meridionale dell’altopiano del Grostè. Caratterizzata da una roccia di colore rossastro (da cui il nome), la parete è incisa da profondi canaloni che hanno creato una serie di netti torrioni di altezza variabile tra i 150 e 250 m. Le due guglie principali, il Primo Torrione (o Corna Rossa propriamente detta) ed il Torrione SAT, emergono dalla piana del Grostè creando la caratteristica immagine, per l’appunto, di due “corni”. La verticalità delle pareti, l’ottima qualità della roccia, la facilità d’avvicinamento e di discesa hanno reso queste guglie il luogo ideale per numerose vie “short climb” dal Rifugio Graffer (abbastanza conveniente anche l’avvicinamento dai Rifugi Vallesinella o Casinei). 

Vi sono attualmente numerosi itinerari sia sportivi che alpinistici: alcuni di questi sono dei classici che vantano firme illustri come quella di Bruno Detassis. L’opportunità di ripetere una “via di Bruno” è stato sicuramente il grande stimolo alla base della nostra scelta che è ricaduta sullo Spigolo Sud-Est del Torrione SAT. Questa via aperta da Bruno e Nella Detassis il 20 settembre del 1942 vince il Torrione nella sua parte più facile lunga una bellissima sequenza di rampe e diedri intercalati da alcuni spostamenti in orizzontale particolarmente insidiosi per gli attriti che si producono sulle corde. Lungo l’itinerario poi sono necessari passi atletici per scavalcare pance e lievi strapiombi.

Sabato 27 luglio 2013, in mattinata, giungiamo al Rifugio Graffer e partiamo subito per il sopralluogo alla ricerca dell’attacco della via. Il resto della giornata lo possiamo, fino all’arrivo d’un improvvido temporale, ad arrampicare nella vicina palestra di roccia. Domenica mattina alle 07.30 siamo ai piedi del camino iniziale. Le cordate sono già state decise da tempo: Gildo e Matteo avranno l’onore (o l’onere?) di partire per primi e trovare la via. Io, Donatella e Max andiamo per secondi: Donatella farà i tiri iniziali ed io quelli finali. Max è alla sua prima esperienza in ambiente e quindi starà in mezzo a noi. Chiudono Lele e Luca a tiri alterni.

Si parte! Andati Gildo e Matteo, Donatella li segue rapidamente lungo la prima fessura-camino (max III). In breve ci troviamo alla prima sosta da cui si è così vicini alle impressionanti verticalità dello spigolo sud-est del Primo Torrione (la Detassis-Vidi), che sembra quasi di poter toccare le sue pareti. Donatella riparte subito, inizialmente affronta una rampa appoggiata (II) che poi diventa verticale in un piccolo diedro (IV) e poi s’appoggia di nuovo (III) prima della sosta (3 chiodi di via). Poi di nuovo a sinistra per cengia esposta (III), in verticale lungo una fessura di IV, poi le difficoltà s’attenuano (III) arrivando alla sosta posta dopo un grosso mugo. Ora è il mio turno: quarto tiro: il “Diedro Giallo”. Si tratta d’un diedro verticale e leggermente strapiombante che scavalca con uno zig-zag il doppio tetto al suo culmine. Parto sulla parete di sinistra lungo una fessura, l’iniziale strapiombo (V-) s’attenua (III) per ritornare poi verticale. Proseguo in spaccata lungo le pareti del diedro con difficoltà accentuate dalla roccia lisciata dall’uso. Sotto il tetto a destra vedo due chiodi (a ca. 30 cm. uno dall’altro) di cui quello inferiore piegato. Salgo e rinvio sul chiodo superiore. Improvvisamente sento il piede destro perdere l’aderenza sulla parete “unta” e scivolarmi lentamente fino ad appoggiarsi sul chiodo piegato. Ora capisco il suo uso: una staffa!

Salgo ancora un passo ed esco a sinistra del primo tetto, sotto il secondo trovo un chiodo, rinvio e seppur un po’ in affanno, raccolgo i piedi ed esco a destra. Sono fuori dalle difficoltà e raggiungo Matteo alla sosta. Recupero la cordata e riparto (5° tiro). Dritto per lo spigolo (III e IV) fino a un terrazzino con chiodi: è una sosta intermedia visto che quella vera e propria sarebbe alla fine d’ un traverso a sinistra di 8 m. da cui poi si parte per una rampa di III° di roccia scura. Per evitare angoli della corda decido di spezzare il tiro in due parti e riunirmi qui con i miei compagni Mentre Max e Donatella stanno salendo, vedo a ca. 5 m. sopra di me a sinistra su una pancia sopra un piccola rampa, un chiodo alpinistico che indica un punto di passaggio. In effetti le rocce sopra al chiodo sembrano ben ammanigliate. Scavalcata la pancia, passo che giudico di max. V/V+, la roccia è più appoggiata e sembra molto facile intercettare la rampa nera a metà del suo tragitto e risalire al pulpito superiore.

Nel frattempo Matteo da sopra m’informa che la sosta alla fine del traverso è stata rimossa: piastrine tolte e fix spezzati. Gildo ha quindi dovuto allungare il tiro ed è salito utilizzando solo una clessidra a metà della rampa. L’unica altra protezione presente è costituita da due chiodi alpinistici a due metri dall’inizio del traverso: troppo vicini per essere utili. Vado comunque in esplorazione, sperando di trovare una via di passaggio. Trovo i chiodi alla base d’una paretina liscia e fortemente strapiombante. Da qui non si sale. Ritorno sui miei passi e decido che lo scavalcamento della pancia sia la cosa migliore da fare. Salgo le roccette e vi arrivo sotto. Porto i piedi in alto e rinvio facilmente il chiodo. Sopra ci sono delle buone lame per le mani. La mano sinistra tiene, la destra pure, punto il piede che è ben saldo e parto: la testa non tiene, mi ritiro! Ritorno al punto di partenza. Riprovo gli appigli e memorizzo la sequenza. La sinistra tiene, la destra è decisamente meglio di prima, punto il piede, passo al centro e scavalco, un altro appiglio per la destra e sono sopra. Respiro meglio! Da lì proseguo in diagonale fino alla rampa nera dove trovo il cordino sulla clessidra che Matteo m’ha lasciato. Proseguo rapidamente verso il pulpito superiore.

Qui attrezzo in comoda posizione una sosta intermedia su spuntone e friends al fine di spezzare il tiro ed evitare zig-zag della corda. La sosta vera propria sarebbe ancora più sopra alla fine di due rampe ad angolo. Arrivati i miei compagni recuperiamo le corde e parto veloce. Le due rampe non sono difficili, ci si muove su difficoltà di III e IV, soprattutto la prima presenta però una notevole esposizione sulla parete est del Torrione. Finalmente raggiungo il terrazzino del tiro finale dove trovo una sosta vera e propria su chiodi. Qui infine i tiri tornano a coincidere. Siamo al no. 7. Si sale in verticale sulla sosta fino ad un chiodo artigianale con fettuccia. Poi di traverso a sinistra ed in diagonale per facile rocce di III (che comunque proteggo con un friend piccolo). La voce di Gildo che mi chiama dalla cima mi rincuora e mi orienta. Arrivo così in vetta dove, dove m’assicuro sulla sosta (spit e catena) e chiamo i miei compagni. La corda fa un sette e non scorre bene ma man mano che loro salgono l’attrito diminuisce ed il recupero si fa più facile. Anche Lele arriva rapidamente dietro a Donatella, così anche la nostra ultima cordata è in vetta.

Come sempre in questi casi l’emozione è forte: ci stringiamo la mano a vicenda, dandoci pacche sulle spalle e commentando a caldo i passaggi più impegnativi della via. Le difficoltà però non sono finite. La cima del Torrione SAT è infatti separata a nord dall’anticima e dal sentiero di ritorno da una profonda fessura larga ca. 2 metri la cui base scivola a precipizio sul lato ovest del Torrione. Una relazione suggerisce un “salto atletico” che subito scartiamo (e ci chiediamo se mai qualcuno l’avesse provato). L’alternativa prevede di disarrampicare per qualche metro, in massima esposizione sul lato est, delle infide roccette di II grado fino a raggiungere una forcelletta posta tra cima ed anticima. Da qui risalire fino al pianoro ed al sentiero di ritorno. Gildo va in esplorazione e trova il passaggio. Lo seguiamo e dietro le sue indicazioni siamo tutti rapidamente fuori dalle difficoltà.

Qui infine troviamo anche la rilassatezza per fare le foto di vetta che non siamo riusciti a fare in cima. Ma del resto non si dice sempre che la vetta è stata raggiunta quando si è scesi?
Mentre camminiamo verso il rifugio avverto una certa confusione mentale sullo sviluppo della via. Tutte quelle soste intermedie m’hanno scombinato la sequenza dei tiri. Ne parlo anche con Donatella, la quale invece sembra essere in grado di ricollegarli molto chiaramente. Va beh, pazienza! Si racconta che Detassis, dal terrazzo del Rifugio Brentei, fosse solito seguire, con il cannocchiale, gli alpinisti che scalavano la “sua” via delle Guide sul Crozzon di Brenta: una volta che questi erano rientrati al rifugio poi, non esitava a rimproverarli nel caso si fossero cimentati in varianti non previste nella sua via originaria. Mi chiedo quindi se mi sarei guadagnato o meno un rimprovero per aver salito il 5° tiro lungo quella “dispettosa” pancia.

Marcello Orioli – CAI Imola